Dall’Italia agli Stati Uniti riparte la battaglia ai pirati


E’ COMINCIATA una stagione di grandi battaglie contro utenti e siti che diffondono file pirata. Anche in Italia. I segnali sono numerosi: le leggi si apprestano a diventare più severe, le attività antipirateria avanzano a tutto spettro. Ultimo segnale: Mulve, servizio che sembrava potesse rinverdire i fasti di Napster, è già caduto sotto gli attacchi delle major del disco americane. I gestori hanno dovuto mettere offline sito e programma, dopo aver ricevuto una richiesta di rimozione da parte degli avvocati di Riaa (Recording industry association of America).
In queste ore, Mulve torna online a intermittenza, ma ormai qualcosa si è spezzato: il servizio si è dimostrato vulnerabile quanto gli altri agli attacchi dell’antipirateria. E’ solo questione di tempo perché venga abbattuto di nuovo. Un grosso smacco per un software che si presentava irraggiungibile da qualsiasi giurisdizione, e che aveva guadagnato una rapida popolarità anche grazie alla sfida sfacciata lanciata alle major. La sua forza è anche nell’ampio catalogo (dichiara 10 milioni di brani), che – si scopre adesso – era tratto semplicemente dall’archivio del social network russoVkontakte.ru (dove si trovano tantissimi link a musica da ascoltare in streaming).

Ma la battaglia contro Mulve non è un caso isolato. Il punto è che i detentori di copyright si sono fatti molto più reattivi: se prima lasciavano passare un po’ di mesi prima di muoversi (lasciando crescere fenomeni come The Pirate Bay), adesso colgono subito al volto le nuove minacce e nel giro di giorni passano a contrastarle.
“Prima colpivamo solo il peer-to-peer, in Italia. Adesso agiamo ad ampio spettro contro i nuovi e sempre più popolari strumenti con cui gli utenti accedono a contenuti pirata”, spiega Enzo Mazza, presidente di Fimi (Federazione dell’industria musicale italiana).

Negli ultimi tre mesi la Fimi ha fatto rimuovere 36 mila link nei “cyberlockers”, cioè siti di hosting comeMegauploadRapidshareHotfile. E’ un modo ormai comune per scaricare film e musica pirata. Gli utenti trovano i link su community, forum e blog. Cliccando sul link, possono scaricare il file dal sito di hosting, che è esterno e indipendente rispetto alla community. L’antipirateria chiede però ai cyberlockers di rimuovere i link e l’utente quindi non può più utilizzarli (se ci clicca riceve un messaggio di errore: “il file è stato rimosso”). Prossimo obiettivo, probabilmente, saranno le stesse community che diffondono link: Fimi tiene d’occhio le più usate in Italia, come Ddl Fantasy. “E’ solo questione di tempo, vengono perseguiti tutti i pirati piano piano”, dice Mazza.

L’antipirateria ha iniziato a contrastare anche lo streaming illegale, cioè la possibilità di guardare film o ascoltare musica direttamente online, senza scaricarla sul proprio computer: “Abbiamo fatto rimuovere 12 mila video illegali su siti come YouTube, negli ultimi tre mesi”. A settembre c’è stato il primo caso di utenti multati, 154 euro, per aver visto film in streaming su Vedogratis.com. Il sito stesso è stato bloccato dalla polizia postale di Genova e i suoi gestori denunciati. Sono stati multati gli utenti più assidui, una ventina sulle centinaia di migliaia di visitatori del sito. Allo stesso modo, Fimi persegue i più assidui utenti peer-to-peer: coloro che condividono molti album, quelli che scambiano le pre-release (opere ancora non uscite nei negozi) e tutti quelli che gestiscono servizi utilizzati a scopo pirata.

E i prossimi mesi potrebbero essere ancora più caldi, in Italia come nel resto del mondo. “E’ cresciuta la sensibilità degli Stati nei confronti della tutela del copyright”, spiega Mazza. In Francia è partita l’Hadopi. E il Parlamento europeo ha approvato a settembre il “rapporto Gallo”, che spinge per regole più severe e condivise contro la pirateria in ambito comunitario. Anche negli Usa è arrivata una proposta di legge che fa molto discutere i sostenitori della libertà di internet perché autorizza a filtrare i siti esteri che favoriscono la pirateria. Significa renderli inaccessibili agli utenti Usa. Una pratica ormai comune in Italia (ha colpito The Pirate Bay), ma che nella patria della libertà di espressione e delle grandi tutele del web è vista da molti come pura censura.

da repubblica.it del 30 settembre 2010

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